“La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute. L’effetto inabilitante prodotto dalla gestione professionale della medicina ha raggiunto le proporzioni di un’epidemia. Il nome di questa nuova epidemia, IATROGENESI, viene da iatros, l’equivalente greco di MEDICO , e genesis, che vuol dire ORIGINE .”

Ivan Illich – Nemesi Medica l’espropriazione della salute – 1977

L’opera di Ivan Illich ha 40 anni, e rappresenta una forte critica al modello medico scientifico occidentale.
Come afferma Illich già alla fine degli anni 70:
“molta gente già guarda con inquietudine ai medici, agli ospedali e all’industria farmaceutica, alla maggior parte delle persone mancano solo i dati per dar Corpo ai suoi Timori”…

che spesso, aggiungo io, diventano Tumori a seguito di diagnosi nefaste e dell’incapacità comunicativa che i camici bianchi purtroppo ancora oggi manifestano, generando panico e angoscia. I dati, per tornare a quanto afferma Illich, vanno cercati, studiati e con sobrietà messi in discussione, e questo al fine di comprendere che nessuno di Noi può rientrare in una “Casistica”, perché ognuno di Noi è unico e irripetibile.

Ognuno di Noi ha il Dovere , non solo il Diritto, di conoscere e farsi carico responsabilmente della propria Salute.
La Conoscenza e la Verifica di quest’ultima sono gli unici strumenti in grado di fronteggiare il Panico e l’Angoscia che proliferano esponenzialmente nel momento in cui ci viene comunicata l’appartenenza ad una nuova categoria: “Lei è Diabetico”, “Lei è affetto dalla Sindrome Pinco Pallo”, “Lei è Iperteso”, in definitiva “Lei non è più come prima”…

Illich ci va giù pesante quando nel paragrafo intitolato “Danni inflitti dai medici” scrive:
“Fra i crimini che si commettono per vie istituzionali, solo l’odierna malnutrizione fa più vittime della malattia iatrogena nelle sue varie manifestazioni”.

Come non essere d’accordo con Ivan, e come non concordare sul fatto che “I medicinali sono sempre stati virtuali veleni, ma i loro effetti secondari non desiderati sono aumentati di pari passo con la loro potenza e diffusione”.

Ma si può essere d’accordo solo quando si conosce, e per Francesco questo non è stato possibile.
Francesco, l’11 Dicembre 2017 viene d’urgenza portato in pronto soccorso per un blocco intestinale che dura ormai da 2 settimane.
“Non si preoccupi, facciamo gli esami per capire che cosa ha e poi vediamo sul da farsi”

Il da farsi si è presto manifestato, eccome se si è manifestato, ma all’inizio è stato solo comunicato ai parenti:

“Si c’è un blocco intestinale, ma abbiamo trovato anche un focolaio polmonare, ricovereremo vostro padre per qualche giorno, il tempo necessario per comprendere meglio come muoversi, lo ricovereremo in malattie infettive, non abbiamo stanze libere in geriatria in questo momento”…

Eccola!, una sentenza mascherata da presa in carico, la dolce condanna a morte che solo la iatrogenesi clinica è in grado di emettere con così tanta nonchalance.

Sulla porta della stanza di Francesco c’è un cartello in bianco e nero che avvisa di poter entrare solo ed esclusivamente muniti di mascherina e guanti, eppure i parenti sono stati insieme a lui senza protezioni di alcun genere pochi istanti prima.

“Speriamo che si tratti di TBC e non di una neoplasia polmonare”, comunica ai parenti il Medico di turno del reparto di malattie infettive, facendo trasparire inevitabilmente tutta la paura e l’insicurezza di un sistema che lo ha addestrato fino all’altro giorno a vivere nel dubbio.

18 giorni dopo, a Francesco verrà iniettata la prima dose di morfina.

“Abbiamo iniziato a somministrare morfina per far frontre al Dolore” comunica il Medico di turno la mattina del 30 Dicembre al parente che ha passato la notte nella stessa stanza di Francesco, senza maschera e guanti, e quel parente sono io.

“Si me ne sono accorto” le rispondo senza far trasparire emozioni.

“La morfina ridurrà il dolore” risponde il camice bianco.

“No, La morfina lo ucciderà” penso tra me e me.

Mio padre morirà 5 giorni dopo, il 4 Gennaio del 2018 alle ore 7.20.

Quella mattina io e le mie due sorelle ci siamo divisi i compiti. Il mio, se non altro nell’immediato è stato quello di restituire alla casa di cura, dove da circa due anni risiedeva mio padre, la sedia a rotelle con la quale si spostava lungo i corridoi della sua nuova e ultima casa.

Salito in macchina ho acceso la radio, e la canzone che stavano passando era “Power to the People” di John Lennon.

“Power to the people, power to the people, right on”…

Federico Franco